Lettera alla galassia anarchica

Senza essere stati invitati, irrompiamo con questa lettera in un dibattito che non è il nostro. E che non sarà mai il nostro, perché si svolge su un terreno che ci appare sterile per la ricerca di prospettive insurrezionali e per le idee e le attività anarchiche conseguenti. Ma allora, ci si potrebbe chiedere, perché scrivere una simile lettera? Perché non c’è nulla che ci scaldi il cuore quanto la rivolta liberatrice e distruttrice, quanto la lotta per la sovversione dell’esistente; perché continueremo sempre a riconoscerci in tutti quei compagni che, spinti da un desiderio di libertà, vanno all’assalto delle strutture e degli uomini del dominio; perché diamo un valore infinito alla forza di volontà individuale, alla ricerca di coerenza e al coraggio che malgrado tutto cerca di dare fuoco alla polveriera. Non considerate queste premesse come un vano tentativo di compiacere; sono sincere, come lo è la nostra preoccupazione davanti all’intenzionale mutilazione del campo di battaglia anarchico.

Senza peli sulla lingua: c’è bisogno più che mai dell’intervento distruttivo degli anarchici, ed è più che mai il momento di intensificare le nostre lotte, di andare alla ricerca di possibilità e di ipotesi per estendere la rivolta, rendere possibile l’insurrezione ed accelerare così la possibilità di sconvolgere questo mondo. Ma questo bisogno e questa pulsione non ci esentano dall’obbligo di riflettere sul cosa, dove, quando, come e perché.

Veniamo al dunque: quali ragioni spingono gli anarchici (sapendo che non è difficile capire le ragioni degli autoritari) a rivendicare sistematicamente le loro azioni e a firmarle con sigle diventate nel frattempo mondiali? Cosa li porta a credere che la difficile questione delle prospettive possa essere risolta mettendo una rivendicazione su internet o inviandola ai media? Che cosa spinge a ritenere che percorrere oggi questa strada sia associato a una profonda forma di coerenza fra pensiero e azione, fra idee e pratiche, allorché si tratta piuttosto di una liquidazione illusoria della tensione permanente fra la teoria e la pratica, quella che dovrebbe esserci e che è la forza propulsiva che sta dietro alla lotta anarchica?

Questa mania, che pare crescere a valanga, rischia di eclissare rapidamente gli altri atti di rivolta. Non solo gli atti degli anarchici che fanno a meno con gioia della pillola amara e sempre deludente della rivendicazione, ma anche e forse soprattutto più in generale tutto il panorama di ribellione e di conflittualità sociale. Ecco una delle “ragioni” che ci spingono a scrivere questo testo. Ne abbiamo abbastanza di subire e dover constatare che il campo di battaglia anarchico, quello dell’attacco, del sabotaggio e dell’espropriazione sono sempre più assimilati ad una sigla e, in quanto tale, ad una rappresentazione politica; ne abbiamo abbastanza di vedere come gli orizzonti si riducano erroneamente a due scelte in apparenza contraddittorie: si opti per l’anarchismo “gentile” e si rincorrano le assemblee, i movimenti popolari e i sindacati autonomi; o si scelga l’anarchismo “cattivo”, venendo gentilmente pregati di timbrare con una sigla i propri contributi alla guerra sociale – in caso contrario, altri lo faranno al nostro posto.

Perché anche noi passiamo all’attacco. Anche noi usciamo a sabotare l’apparato del capitale e dell’autorità. Anche noi scegliamo quotidianamente di non accettare una posizione da mendicanti e di non rimandare l’espropriazione necessaria. Soltanto, pensiamo che le nostre attività facciano semplicemente parte di una conflittualità sociale più ampia, di una conflittualità che non ha bisogno né di rivendicazioni né di sigle. Soltanto, pensiamo che solo quando un atto è anonimo possa appartenere a chiunque. Soltanto, pensiamo che timbrare le azioni di attacco le catapulti dal campo sociale al campo politico, al campo della rappresentazione, della delega, della separazione fra attori e spettatori. E, come è stato spesso ribadito in questo genere di dibattiti, non basta proclamare il rifiuto della politica perché questo sia effettivo. Il rifiuto della politica si situa tra l’altro nella coerenza fra mezzi e fini, e non esiste strumento più politico della rivendicazione, così come lo sono la tessera d’iscrizione, il programma e la dichiarazione dei principi di base.

Inoltre, vediamo l’imperversare di una confusione che vogliamo, ancora una volta, sottolineare e combattere, perché ci è indigesto continuare ad accettare il significato che attualmente viene attribuito ad alcuni concetti, come ad esempio l’informalità. La scelta per un movimento anarchico informale e autonomo significa il rifiuto di strutture fisse, di organizzazioni formali, di federazioni accentratrici e unificatrici; quindi anche di firme ricorrenti, come di qualsiasi altra firma. È il rifiuto di erigere programmi, è la messa al bando di tutti i mezzi politici; e quindi anche delle rivendicazioni programmatiche, poco importa se si autodefiniscono, digitalmente, formali o magari “informali”. In senso positivo, l’informalità è per noi un arcipelago senza confini e non circoscritto di gruppi autonomi e di individui autonomi che stabiliscono fra loro legami basati sull’affinità e la conoscenza reciproca e che, su queste basi, decidono di realizzare dei progetti comuni. È una scelta a favore delle piccole cerchie di affinità che fanno della loro autonomia, delle loro prospettive e dei loro metodi d’azione il fondamento per costruire legami con gli altri. L’organizzazione informale non ha nulla a che vedere con federazioni, acronimi o sigle. E cosa spinge alcuni compagni a parlare non solo di informalità, ma anche di «insurrezionalismo»? A rischio di appannare l’ampio panorama di idee, di analisi, di ipotesi e di proposizioni, potremmo definire «l’insurrezionalismo» come l’insieme di metodi e di prospettive che, partendo da un anarchismo senza compromessi, cercano di contribuire alle «situazioni insurrezionali». L’arsenale di metodi di cui dispongono gli anarchici è enorme. È importante comprendere che l’utilizzo di certi metodi (agitazione, attacco, proposte organizzatrici ecc.) in sé significa molto poco: è solo in una progettualità ponderata ed in evoluzione che essi acquiscono il loro senso nella lotta. Bruciare una struttura dello Stato va sempre bene, ma in sé non significa che si inscriva in una prospettiva insurrezionale. E questo vale ancor più se si indirizza l’attacco contro obiettivi centrali e mediatici con successiva e conseguente confessione di fede. Non è un caso se, nei diversi momenti di progettualità insurrezionali, l’enfasi è stata apposta soprattutto su attacchi modesti, riproducibili e anonimi contro le strutture e gli uomini più periferici del dominio, o sulla necessità di sabotaggi mirati di infrastrutture, sabotaggi che non hanno bisogno di alcuna eco mediatica per ottenere il proprio scopo, come ad esempio la paralisi dei flussi di trasporto, di dati e di energia del potere.

Ci sembra che dietro all’attuale mania di rivendicare non si nascondano troppe prospettive – o, perlomeno, facciamo fatica a scorgerle. In effetti, e con ciò non intendiamo in alcun modo togliere alcunché alla ribellione sincera e coraggiosa di questi compagni, sembra che ad essere ricercato sia soprattutto il riconoscimento. Un riconoscimento da parte del nemico, che completerà rapidamente i propri elenchi di organizzazioni “terroristiche”, è spesso l’inizio della fine: il nemico comincia a darsi da fare per isolare una parte della conflittualità più estesa. Un isolamento che non è solo un presagio di repressione (di fatto, questo sarebbe il meno, essendo la repressione sempre presente – lungi da noi l’idea di lamentarci se il potere persegue le attività degli anarchici) ma soprattutto, ed è l’aspetto più importante, è il modo migliore per contrastare un’eventuale contaminazione. Nello stato attuale del corpo sociale, che è malato e marcescente, il potere non potrebbe augurarsi niente di meglio di un’arma ben riconoscibile e delimitata che tenta di tagliuzzare un po’ qui e un po’ là, ma non c’è nulla che lo impaurisca più di un virus che rischia di contaminare in maniera inafferrabile e quindi incontrollabile tutto il corpo. Oppure ci sbagliamo e magari si tratta di un riconoscimento da parte degli sfruttati e degli esclusi? Ma non siamo proprio noi, gli anarchici, nemici di ogni forma di delega, di esempi illuminati che spesso non fanno che legittimare la propria rassegnazione? Certo, le nostre pratiche possono essere contagiose, le nostre idee d’altronde anche di più, ma unicamente quando rimettono la responsabilità di agire ad ogni singolo e distinto individuo; quando smascherano la rassegnazione in quanto scelta individuale. Potranno infiammare i cuori, sicuro!, ma qualora non dispongano dell’ossigeno di una propria convinzione si spegneranno rapidamente e, nel “migliore” dei casi, saranno seguite da qualche applauso per i martiri in divenire. E proprio adesso che la mediazione politica (partiti, sindacati, riformismo) si sta a poco a poco esaurendo e diventa superata; adesso che la rabbia può allungare liberamente le mani verso tutto ciò che distrugge la vita, sarebbe veramente il colmo se i non-sottomessi della politica per eccellenza, gli anarchici, riprendessero la fiaccola della rappresentazione e, seguendo l’esempio dei predecessori autoritari, separassero la conflittualità sociale dalla sovversione immediata di tutti i ruoli sociali. E poco importa se intendano far ciò ponendosi alla testa dei movimenti sociali, trascinandoli con la retorica delle assemblee popolari o in qualità di gruppo armato specifico.

O si tratta di un’aspirazione alla «coerenza»? Sfortunatamente, ci sono sempre stati anarchici che scambiano la ricerca della coerenza con accordi tattici, alleanze nauseanti e separazioni strategiche fra i mezzi e i fini. Sicuramente una coerenza anarchica si trova tra l’altro nella negazione di tutto ciò. Ma con ciò, non è detto che ad esempio una condizione di “clandestinità” sarebbe più coerente. Quando la clandestinità non viene più vissuta come una necessità, a causa della caccia repressiva o perché altrimenti sarebbe impossibile realizzare certe azioni, ma piuttosto come una sorta di apice dell’attività rivoluzionaria, rimane ben poco in piedi del famoso a-legalismo. Invece di ricercare la coerenza al di là delle leggi e dei comandamenti e quindi di accettare lo scontro, il legalismo viene semplicemente rovesciato in un «illegalismo» per cui, proprio come nel legalismo, il carattere sovversivo delle attività viene quantificato e misurato dall’eventuale pena detentiva corrispondente. Il rifiuto del legalismo non è la stessa cosa della scelta assoluta per l’illegalismo. Basterebbe fare un facile paragone con la situazione sociale in Europa per farsene un’idea: non è perché migliaia di persone si ritrovano di fatto in una situazione di “clandestinità” (i senza documenti) che diventano automaticamente e oggettivamente una minaccia per il legalismo e possano così essere considerati «soggetti rivoluzionari». Perché dovrebbe essere diverso per degli anarchici che si ritrovano in una condizione di clandestinità?

O forse si tratta di fare paura al nemico? Come si vede abbastanza spesso nelle rivendicazioni, a quanto pare esistono anarchici che credono di poter fare paura al potere proferendo minacce, pubblicando foto di armi o facendo esplodere qualche bomba (e non parliamo neppure della pratica abietta di spedire pacchi-bomba alla rinfusa). Dinanzi ai massacri quotidiani organizzati dal potere, ciò denota una particolare ingenuità, soprattutto per dei nemici del potere che non si fanno illusioni su potenti più comprensivi, un capitalismo dal volto umano, rapporti più giusti all’interno del sistema. Se, malgrado tutta la sua arroganza, il potere teme qualcosa, si tratta senza dubbio della diffusione della rivolta, della propagazione dell’insubordinazione, dei cuori che s’infiammano fuori da ogni controllo. Ed è chiaro che gli strali della repressione non risparmieranno affatto gli anarchici che vogliono contribuirvi, ma questo non prova in alcun modo quanto “pericolosi” siamo. La sola cosa che potrebbe voler dire è quanto sarebbe pericoloso se le nostre idee e pratiche si diffondessero fra gli esclusi e gli sfruttati.

Continua quindi a stupirci che l’idea di una sorta d’ombra non seduca più gli anarchici d’oggi, almeno quelli che non intendono rassegnarsi, né restare in attesa o costruire organizzazioni di massa all’infinito, ecc. Un tempo se ne andava fieri: fare tutto il possibile per estendere la palude della conflittualità sociale e renderla così impenetrabile alle forze della repressione e del recupero. Non si era alla ricerca dei neon della pubblicità, né della gloria dei guerrieri; nell’ombra, nella parte oscura della società, si dava il proprio contributo alla perturbazione della normalità, alla distruzione anonima delle strutture del controllo e della repressione, alla «liberazione» attraverso il sabotaggio dello spazio e del tempo affinché le rivolte sociali potessero seguire il loro corso. E queste idee venivano diffuse con fierezza, in modo autonomo, senza ricorrere agli echi mediatici, lontani dallo spettacolo politico, anche d’«opposizione». Un’agitazione che non chiedeva di essere filmata, di essere riconosciuta, ma che voleva incoraggiare dappertutto la ribellione e intrecciare legami, in questa rivolta condivisa, con altri ribelli.

Oggi parecchi compagni sembrano preferire la facile soluzione di una identità alla diffusione delle idee e della rivolta, riducendo così per esempio i rapporti dì affinità all’adesione a qualcosa. Evidentemente è più facile prendere e consumare opinioni pronte all’uso nei corridoi del supermercato militante, piuttosto che elaborare un proprio percorso di lotta che rompa con tutto ciò. Evidentemente è più facile concedersi un’illusione di forza attraverso una sigla condivisa, piuttosto che comprendere che la «forza» della sovversione si nasconde nella misura e nei modi in cui riesce a contaminare il corpo sociale con idee e pratiche liberatrici. L’identità e «la formazione di un fronte» offrono magari la carezzevole illusione di significare qualcosa, soprattutto nello spettacolo delle tecnologie di comunicazione, ma non distruggono il minimo ostacolo. Peggio ancora, ciò evidenzia tutti i sintomi di una visione poco anarchica della lotta e della rivoluzione, una visione che di fronte al mastodonte del potere crede di poter mettere in campo, simmetricamente, un illusorio mastodonte anarchico. La conseguenza inevitabile è l’orizzonte che si restringe finendo in una poco interessante contemplazione di se stessi, qualche pacca sulle spalle qui e là e la costruzione di un ambito autoreferenziale esclusivo.

Nessuno stupore se questa mania paralizzerà ancor più il movimento anarchico autonomo al momento di dare il nostro contributo alle rivolte sempre più frequenti, spontanee e distruttive. Rinchiusi nell’autopromozione e nell’autoreferenzialità, con una comunicazione ridotta alla pubblicazione di rivendicazioni su internet, non ci pare che gli anarchici potranno fare granché allorché i tumulti scoppieranno vicini (a parte qualche abituale esplosione ed incendio, spesso contro obiettivi che i ribelli stessi stavano già distruggendo). Più sembriamo avvicinarci alla possibilità di un’insurrezione, più palpabili diventano queste possibilità, e più gli anarchici sembrano apparentemente non voler più interessarsi all’insurrezione. E questo vale anche, sia per quelli che si perdono nella ripresa del ruolo di una sinistra morente, sia per quelli che si stanno rinchiudendo in una qualche ideologia di lotta armata. Ma chiariamo un momento cosa intendiamo quando parliamo di prospettive insurrezionali e di insurrezione. Non si tratta certo di una semplice moltiplicazione del numero di attacchi, e ancor meno quando questi sembrano (voler) diventare il terreno esclusivo degli anarchici coi loro fronti. Molto più che una singolar tenzone con lo Stato, l’insurrezione è la rottura molteplice con il tempo, con lo spazio e con i ruoli del dominio, una rottura per forza di cose violenta, che potrebbe divenire l’inizio di una sovversione dei rapporti sociali. In questo senso, l’insurrezione è piuttosto uno scatenamento sociale che supera il semplice fatto della generalizzazione della rivolta o delle sommosse, e che porta già nella sua negazione l’inizio di un nuovo mondo, o perlomeno dovrebbe portarlo in sé. È soprattutto la presenza di una tale tensione utopica ad offrire qualche punto di appoggio contro il ritorno alla normalità e la restaurazione dei ruoli sociali dopo la grande festa della distruzione. Che sia dunque chiaro che l’insurrezione non è un affare unicamente degli anarchici, anche se il nostro contributo, la nostra preparazione, le nostre prospettive insurrezionali sono senza il minimo dubbio importanti e potranno diventare, nell’avvenire, decisive per spingere lo scatenamento della negazione in una direzione liberatrice. In un mondo che diventa ogni giorno più instabile, queste difficili questioni dovrebbero ritornare in primo piano, rinunciarvi a priori per rinchiudersi in un qualche ghetto identitario coltivando l’illusione di sviluppare «forza» attraverso sigle collettive e «l’unificazione» degli anarchici pronti ad attaccare, diventa irrimediabilmente la negazione di ogni prospettiva insurrezionale.

Tornando al mondo dei fronti e delle sigle, si potrebbero per esempio intendere i riferimenti d’obbligo ai compagni incarcerati come segnale precursore della prossima reclusione in un quadro autoreferenziale. Sembra che, una volta diventati compagni detenuti dallo Stato, non siano più compagni come tutti noi, ma soprattutto compagni «incarcerati». Le posizioni in questo dibattito già difficile e penoso sono talmente consolidate da far rimanere solo due opzioni: o l’esaltazione assoluta dei nostri compagni prigionieri, o il disgusto assoluto che si incaglia facilmente in una rinuncia a continuare a dare corpo ed anima alla solidarietà. Ha ancora senso ripetere che i nostri compagni che sono in galera non stanno al di sopra o al di sotto degli altri compagni, ma semplicemente in mezzo? Non è spaventoso vedere come, malgrado le numerose lotte contro la prigione, l’attuale svolta riprenda di nuovo il discorso sui «prigionieri politici», disertando una prospettiva più ampia di lotta contro il carcere, la giustizia, ecc.? In fin dei conti, rischiamo di portare a termine ciò che lo Stato ha voluto ottenere rinchiudendo i nostri compagni: facendone dei punti di riferimento centrali, astratti e da esaltare, li si isola dall’insieme della guerra sociale. Invece di cercare maniere per alimentare al di là dei muri legami di solidarietà, di affinità e di complicità, ponendo il tutto all’interno della guerra sociale in modo radicale, la solidarietà si limita a citare dei nomi alla fine di una rivendicazione. Ciò genera inoltre un circolo abbastanza vizioso senza troppe prospettive, una competizione di attacchi «dedicati» ad altri, invece di trovare la forza in se stessi e nella scelta del quando, come e perché intervenire in determinate condizioni.

Ma la logica del lottarmatismo è implacabile. Una volta messa in atto, sembra che poco resti ancora da fare. Tutti coloro che non vi aderiscono o non ne prendono le difese sono assimilati a compagni che non vogliono agire né attaccare, che sottopongono la rivolta ai calcoli e alle masse, che vogliono solo aspettare e respingono l’impulso di dare qui ed ora fuoco alle polveri. Nello specchio deformante, il rifiuto dell’ideologia della lotta armata diventa il rifiuto della lotta con le armi in quanto tale. Ovviamente, non c’è nulla di meno vero, ma non ci sono più orecchie che vogliano ascoltare, lo spazio di discussione è chiuso. Tutto si riduce a pensare per blocchi, pro o contro, e la via secondo noi più interessante, quella dello sviluppo delle progettualità insurrezionali, viene definitivamente accantonata. Con grande gioia dei libertari formali e degli pseudo-radicali così come delle forze repressive, il cui desiderio è nient’altro che il prosciugamento di questa palude.

Perché, chi vuole oggi discutere ancora di progettualità, quando il solo ritmo che viene dato alla lotta è diventato la somma degli attacchi rivendicati su internet? Chi è ancora alla ricerca di una prospettiva che voglia andare oltre la semplice restituzione di qualche colpo? E, a scanso di equivoci, ripetiamo che senza dubbio colpire è necessario, qui ed ora, e con tutti i mezzi che riteniamo adeguati e opportuni. Ma la sfida di sviluppare una progettualità che miri a tentare di scatenare, estendere e approfondire delle situazioni insurrezionali, esige molto di più della sola capacità di sferrare dei colpi. Esige lo sviluppo di idee proprie e non la ripetizione di quanto detto da altri; la forza di sviluppare una reale autonomia in termini di percorsi di lotta e di capacità; la ricerca lenta e difficile di affinità e di approfondimenti della conoscenza reciproca; una certa analisi delle condizioni sociali in cui agiamo; il coraggio di formulare ipotesi per la guerra sociale in modo da non correre più dietro ai fatti, o dietro a noi stessi. In breve, non richiede solo la capacità di saper utilizzare certi metodi, ma soprattutto le idee su come, dove, quando e perché utilizzarli, ed anche qui in un intreccio necessario con tutta una gamma di altri metodi. Altrimenti, non resteranno più anarchici, ma solo una serie di ruoli tristi e circoscritti: propagandisti, squatter, combattenti armati, espropriatori, scrittori, casseur, insorti e quant’altro. Nulla sarebbe più penoso del ritrovarsi, dinanzi alla possibilità dell’imminente tempesta sociale, del tutto disarmati qualora ciascuno disponesse di una sola specialità. Nulla sarebbe più fastidioso del dover constatare, in condizioni sociali esplosive, che gli anarchici si occupano troppo del loro orticello per essere in grado di contribuire realmente all’esplosione. Nulla avrebbe di più il gusto amaro delle occasioni mancate allorché, per l’esclusiva importanza data al ghetto identitario, si rinunciasse a scoprire i nostri complici nella tempesta sociale, a forgiare legami di idee e di pratiche condivisi con altri ribelli, a rompere con tutte le forme di comunicazione mediata e di rappresentazione al fine di aprire lo spazio per un’autentica reciprocità che si renda allergica ad ogni potere e dominio.

Ma, come sempre, rifiutiamo di disperare. Sappiamo che ancora molti compagni sono alla ricerca, nello spazio e nel tempo in cui ogni spettacolo politico è conseguentemente bandito, di possibilità per raggiungere il nemico e per costruire, attraverso la diffusione di idee anarchiche e di proposte di lotta, dei legami con altri ribelli. È probabilmente la strada più difficile, perché non ci sarà mai un riconoscimento per questo. Né da parte del nemico, né da parte delle masse e, con ogni probabilità, neanche da parte di altri compagni e rivoluzionari. Ma portiamo in noi una storia, una storia che ci unisce a tutti gli anarchici che hanno ardentemente continuato a rifiutare di lasciarsi includere, sia nel movimento anarchico “ufficiale” che nel suo riflesso lottarmatista. Che continuano a rifiutare di separare la diffusione delle nostre idee dal modo in cui sono diffuse, cercando così di bandire ogni mediazione politica, inclusa la rivendicazione. Che sono poco interessati a sapere chi ha fatto questo o quello, ma che lo riallacciano alla propria rivolta, alla propria progettualità che si svolge nella sola cospirazione che vogliamo: quella delle individualità ribelli per la sovversione dell’esistente.

[20/11/2011]

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